Il mio Maradona aveva i baffi, un piedino di fata e “tirava”… dalla bandierina!

Era una domenica di settembre del 1986, a casa di mia nonna Annunziata c’era riunita tutta la famiglia. Pasta al forno, patate e peperoni, polpettone ripieno, tanto vino e il solito immancabile morzello. Sì, lo ammetto, a Catanzaro non si bada molto alla linea quando arriva la domenica.

Io avevo appena sei anni e di colpo, intorno a mezzogiorno, sobbalzai sulla sedia quando sentii una carovana infinita di auto che cominciarono a strombazzare per le strade. Mio Zio Tonino mi prese in braccio e mi disse: “Oggi andiamo allo stadio, ritorna Pedi e Pupa”.

Non sapevo nemmeno chi fosse, tale piede di donna (questo significa Pedi e Pupa), ma immaginavo fosse quella leggenda di cui a Catanzaro si parlava di continuo. Lo facevano i miei zii, lo facevano i miei cugini più grandi e tutti avevano il suo poster affisso in camera con una maglia rossa e delle striature gialle a ricordare che lui, proprio lui, negli anni d’oro della serie A, era stato il grande orgoglio della città tutta, forse dell’intera regione.

Non ci misi molto ad accettare, mettere su una vecchia sciarpa con scritto “aquile alè” – la ricordo ancora – un cappellino, la mia giacchetta e via, giù con zio destinazione stadio.

Nemmeno riuscivo a controllare le gambe, camminavano sole, tanta era l’emozione di vedere per la prima volta quella bolgia che fino ad allora avevo ascoltato solo dal terrazzo (casa di mia nonna era a poche centinaia di metri dallo stadio). Più ci avvicinavamo allo stadio più il rumore aumentava: tamburi, cori di incitazione, banchetti tra tifosi, carretti che vendevano bandiere, cappelli, sciarpe e un buffo signore che mi fermò sussurrandomi in dialetto: “Hai scelto il giorno giusto per venire, O’Rey è tornato, adesso ritorniamo in serie A”.

E’ vero, avevo solo sei anni, ma capivo bene che dopo la serie A c’è la serie B, mentre il Catanzaro in quel campionato era iscritto solo alla C1. Vedevo alla tv che di giocatori bravi ce n’erano tanti, che a Napoli si esaltavano per Maradona, a Roma per Giannini, ma di un campione chiamato Palanca, sinceramente, non ne avevo visto l’ombra, se non dai racconti.

Poi cominciò quella gara, poi toccò il suo primo pallone, quindi sentii un boato amplificato cento volte quello che sentivo dal terrazzo di mia nonna. Non c’erano stati gol, l’arbitro non aveva indicato calci di rigore e la palla era finita lontana dalla porta avversaria, deviata da un difensore.

Era solo un calcio d’angolo.

Non si può capire cosa ho provato in quel momento, non si può spiegare se non lo si è vissuto da vicino: era solo un calcio d’angolo e da quella bandierina ci andò quell’uomo coi baffetti.

Una cantilena senza pretese, ma che ti entrava nella testa e ti faceva vibrare ogni fibra del corpo, fino a farti venire le lacrime: “Massimé, Massimé, pari na molla, pari na molla…”.

Palanca batte il calcio d’angolo, ma il portiere esce e blocca.

Tutto qui! – Ho pensato.

Non ricordo neanche quanti minuti passarono e la scena tornò di nuovo come un flashback. Stavolta non mi esaltai più di tanto, mi limitai a canticchiare la canzoncina e a notare un giocatore del Catanzaro, non ricordo nemmeno chi fosse, mettersi sul primo palo a disturbare il portiere.

Palanca si girò verso la curva ovest, ero lì in quel momento, e con un mezzo sorriso sembrò quasi ringraziare per quell’accoglienza che non avrebbero riservato neanche al papa in persona.

Mio zio mi strattonò dalla giacca, portandomi sul lato, un silenzio spaventoso accompagnò quel calcio d’angolo, tutti fermi e zitti come di fronte ad una visione.

Non so raccontarlo per come davvero fu, non so spiegare come fece a dargli quell’effetto lì, ma quel piccolo ometto con i baffi la mise alle spalle del portiere, direttamente dalla bandierina.

Venne giù lo stadio e vennero giù le lacrime di migliaia di tifosi.

Quell’anno il Catanzaro fu promosso in serie B. Lui segnò 17 reti ed io non ho mai più provato così tante emozioni nel calcio come in quella domenica lì.

Avrò avuto gli occhi di un bambino, ma mi sentivo come un uomo vissuto, e mi sarebbe piaciuto ringraziare quel buffo signore che mi aveva sussurrato quelle parole […].

Non sarà il vero O’Rey, non sarà Maradona, ma quel piccolo piedino numero 37 ha scritto le pagine più belle del “mio” calcio.

“Solo un mito poteva superare una leggenda, solo tu, O’Rey, imperatore della ovest”.

Dom Conky

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Comments
  1. Fantandrea ha detto:

    Mi sono permesso di inserirlo tra i “Meritano un’occhiata” in prima pagina.
    Così almeno chi passa per caso, tra una cosa e l’altra, ha occasione di scoprire un grande giocatore che non ha mai avuto grande eco per la realtà in cui ha vissuto.

  2. Antonio Martino ha detto:

    Che dire, mi sono commosso…
    Bravo Domenico!

  3. Ros Alfimperg ha detto:

    Il Pilorcio….

  4. Dom Conky ha detto:

    Ragazzi grazie mille, è un ricordo indelebile della mia infanzia!

  5. Clap Claudiano ha detto:

    Io non ho mai avuto il piacere di assistere ad una partita del Catanzaro ai tempi d’oro, e nemmeno di vedere Palanca giocare…ma grazie alla tua testimonianza mi è sembrato di essere sugli spalti di un “Ceravolo” di tanti anni fa…

    Bellissimo, emozionante!

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